Intervista a: PAOLO NANI

Paolo Nani ha accolto con una cordialità che ci ha emozionato la nostra richiesta di fotografare il suo spettacolo più affermato, “La lettera”, nonché il workshop tenuto con alcuni giovani attori.

La sua disponibilità ad avere fotografi tra i piedi ci ha fornito lo spunto per rompere il ghiaccio e iniziare così una breve intervista che ci ha accordato al termine del workshop. Seduti a gambe incrociate sul palco del Teatro Filodrammatici di Milano, infatti, gli raccontiamo che come fotografi di spettacolo siamo abituati alle risposte che non arrivano, ai rifiuti immotivati, ad artisti o agenti paranoici nei confronti delle immagini.

Come mai invece tu hai un atteggiamento diverso? È una questione di sensibilità, di formazione o forse all’estero, dove vivi e lavori, prevale un atteggiamento diverso nei confronti della fotografia di scena?

Non saprei. Io sono fatto così, non c’era motivo di rifiutare. In generale non mi piace mettere distanze perché facendolo mi ritroverei da solo, e da soli… fa freddo! In ogni caso non mi disturba il rumore di una macchina fotografica durante gli spettacoli, perché il click è coperto dal rumore che faccio io e dalle risate del pubblico. Dipende anche dal tipo di spettacolo: prima, quando facevo teatro drammatico, c’erano dei silenzi importanti, ma in quei casi basta che la macchina fotografica sia silenziosa. Se vuoi una mia opinione, la fotografia di scena è un aspetto interessante del teatro, perché ci sono un sacco di fotografi che fanno semplicemente foto allo spettacolo, ma fare le foto di scena è una cosa molto particolare: devi saper cogliere l’attimo più di altre situazioni. C’è l’attimo drammatico, drammaturgico, la composizione, un sacco di cose.

Bisogna cogliere il particolare, ma rendere anche la visione di insieme…

Ho avuto la fortuna abitando a Ferrara di avere un amico di adolescenza, Marco Caselli Nirmal, che è diventato il fotografo del Teatro Comunale. Un grande fotografo: ha fotografato tantissimi artisti e spettacoli, è stato anche il fotografo di Claudio Abbado. Quando eravamo ragazzi giocavamo con la fotografia e già si vedeva il suo talento.

Dici “giocavamo con la fotografia”: ho letto che il tuo primo amore non è stato il teatro ma la pittura.

Mi è sempre piaciuto dipingere, già alle elementari facevo il corpo umano con le proporzioni corrette. Mi guardavano così (strabuzza gli occhi ndr) e mi chiedevano “ma l’hai fatto tu questo?”. Sono sempre stato interessato all’arte e quindi ho studiato arte. Volevo fare l’artista, volevo essere come Leonardo Da Vinci che sapeva fare tutto. Non sapevo ancora cosa mi interessasse in particolare, ma sapevo esattamente cosa non avrei fatto: ecco, non riuscivo a vedermi in un lavoro normale.
In effetti il teatro era la cosa che meno mi interessava . Poi però, avevo circa 20 anni, ho visto uno spettacolo dell’Odin Teatret di Eugenio Barba e mi sono detto subito “questa è la mia strada”. Sono entrato in Teatro Nucleo e ho lavorato per anni con loro. Era un teatro drammatico ma dopo dieci anni di teatro drammatico volevo fare qualcosa di comico.
Con Teatro Nucleo, un paio di cosine che erano comiche, diciamo così, avevo visto che mi venivano facili, mi venivano bene. Mi è venuto il desiderio di fare qualcosa di più in questa direzione, ma in Teatro Nucleo c’era poco spazio per questo. Ero anche stanco dopo 12 anni di lavorare con la stessa compagnia, sentivo il desiderio di cambiare qualcosa. Allora un amico (Nullo Facchini, il regista di “La lettera” ndr) mi ha invitato in Danimarca e mi ha detto “stai un anno qui, facciamo qualcosa insieme”. Dopo una settimana mi sono innamorato di una danese (ora sono nonno) e sono ancora lì.

Perché non si smette mai di ridere per tutta la durata della performance e si ride ancora pur vedendo le stesse scene diverse volte?

Speriamo eh , ma mai dire mai… o  mai dire sempre, speriamo (sorride ndr). In realtà lo spettacolo funziona perché l’ho sempre perfezionato. In Teatro Nucleo ho imparato questa cosa qui: gli spettacoli con loro duravano 10 anni, senza problemi, ma si aggiungeva e si aggiustava sempre qualcosa, si puliva questo o quest’altro. Mi hanno insegnato a tenere uno spettacolo per anni. A “La lettera”  ho applicato la stessa regola, anche se la struttura in sé era già forte.

Ma al di là dei piccoli aggiustamenti, in “La lettera” i capitoli sono sempre stati gli stessi? E la sequenza, anche?

In parte. Ho tolto “il cieco” –lo facevo bendato– perché non ‘cresceva’ e ho messo “il pigro”, che invece amplia di più la possibilità del gioco, la visione. Ma la sequenza è sempre stata la stessa.

Tu hai girato tutto il mondo, hai trovato differenze nelle risate del pubblico a una scena rispetto che a un’altra?

In Europa le reazioni sono molto simili, perché lo spettacolo è molto occidentale, quindi devi aver visto abbastanza western, cinema muto, circo, per capire i giochi che faccio, i cliché che metto in moto in questo pezzo. A parte alcune zone in cui la gente è più fredda, ride piano, come in Belgio o nel nord della Francia o nella costa ovest della Danimarca, ho avuto qualche problema in Giappone. Lì applaudono battendo le dita, come i bambini, senza fare rumore. Mi mancava l’aria, ma era un problema mio perché ho bisogno di sentirlo forte, il pubblico. Durante lo spettacolo mi dicevo “ma che silenzio che c’è…!” , si mi mancava l’aria per questo. Per esempio, in Giappone dopo la scena horror esco, nessun suono, applausi sì, ma molto silenziosi. È stato durissimo. In Cina è simile, il pubblico comunque partecipava, ma meno che in Europa.

Il bisogno di un rapporto diretto con il pubblico e la sua generosità nel “darsi”, Paolo Nani li manifesta al termine di ogni performance, quando dopo la fatica di un’ora di palcoscenico chiede di pazientare solo un minuto per cambiarsi la maglietta per poi tornare sul palco pronto a rispondere alle domande degli spettatori. È un momento di transizione importante per chi –come noi– ne vorrebbe ancora.

Intervista a cura di Helga Bernardini e Diego Cantore

Ecco, di seguito, anche la galleria fotografica del workshop sulle tecniche del teatro fisico e del teatro muto che Paolo Nani ha tenuto al Teatro Filodrammatici (Milano).

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