Brume della ribalta – 2017: Le Brugole in “Rent party (work in progress)”

Milano. La Scighera, 12 febbraio 2017

DissolvenzeLab incontra Le Brugole: Roberta Lidia de Stefano e Flavia Ripa in Scighera, per il debutto del nuovo spettacolo “Rent Party” (work in progress).
Lo spettacolo è la storia di Bessie Smith, prima cantante nera di blues a ricevere riconoscimenti, un carriera ed una vita costellata da grandi successi e da maltrattamenti da parte degli uomini; Bessie Smith era alcolizzata e morì in circostanze ancora oggi mai chiarite.
Dalla sua tomba, abbandonata alla mercé del tempo e della dimenticanza, si snoda la storia che tocca un altro mito femminile e indiscusso della musica: Janis Joplin, che in una sorta di “maternage e debito musicale” si spese affinché fosse posto un monumento funebre sulla lapide di Bessie Smith.
La lapide di Bessie Smith ora riporta la seguente frase: “The greatest blues singer in the world will never stop singing”.

Roberta, come è nato questo spettacolo?
Lo spettacolo nasce da una mia personale esigenza di raccontare la continuità dell’arte. Da donna ho una grande motivazione che mi fa sentire ispirata ad alcune figure femminili, per me questo è necessario per andare avanti. Come dire “l’arte non muore mai”, muore il corpo, muore la persona, ma l’arte non muore mai, se viene tramandata attraverso le opere, dagli artisti e dai cantanti, come lo è stata Bessie Smith in questo caso.
Siamo partite da un aneddoto che ci ha colpite molto. Janis Joplin nel 1970, notò che la tomba di Bessie Smith, una delle più grandi cantanti di blues che siano esistite al mondo, era in condizioni di estremo abbandono, le fece fare un monumento funebre, ed io questo l’ho trovato un gesto meraviglioso, perché quando muoiono gli artisti o si legge un trafiletto su un giornale, o nel caso di morte prematura in giovane età, allora si crea il cosiddetto “mito dell’artista maledetto”, o capita come in questo caso, addirittura di finire in una sorta di “dimenticatoio”. Per me il gesto di Janis Joplin è stato sublime, una “maternità dell’arte”, un percorso cristologico: dalla morte alla resurrezione.

Work in progress? Perché?
Lo spettacolo adesso è in una forma embrionale, stasera facciamo un primo reading, come se fossimo all’interno di un enorme giradischi e tutto gira come dentro a dei gironi infernali. C’è una bambina che potrebbe essere Bessie Smith o potrebbe anche essere una bambina che è ispirata da un’artista e si riconosce in lei, deve affrontare diverse prove, quasi come nella favole de Il piccolo principe di A. De Saint Exupery, o come se fossimo in un canto della Divina Commedia di Dante, gira nella sua storia, gira all’interno del blues, fino ad arrivare al centro di sé stessa, in questo inferno, poi in un cimitero e infine un luogo dove si celebra un funerale in un modo che è una festa in affitto, dove i musicisti si esibiscono in cambio di cibo e alcolici.

Avete scelto solo canzoni di Bessie Smith?

Attraverseremo tutto il blues, ci saranno canzoni di Etta James, Janis Joplin, Doris Day, sarà un excursus di canzoni molto conosciute, perché vogliamo che lo spettacolo sia anche d’intrattenimento e ci saranno pezzi più sofisticati, perché secondo noi attraverso questo percorso musicale riprendiamo diverse importanti figure femminili, narrando le loro storie, che sono anche storie dure, di violenza domestica ad esempio. Immaginiamo queste donne con il grembiule e con candelabri in testa. In questi anni la realtà del mondo femminile è cambiata tanto, da un momento all’altro le donne si sono trovate catapultate dai fornelli al mondo del lavoro, due facce della stessa medaglia però.

Qual è il filo conduttore di questo spettacolo, la condizione della donna nella storia del nostro tempo?
Sì un certo senso, la donna all’epoca di Bessie Smith, era ancora sfruttata nei campi di cotone, poi è diventata la casalinga-madre modello.

Parli del “sogno americano”?
Esattamente. Prima ancora era il sogno “afro-americano”. Gli uomini erano descritti come fannulloni, dei buoni a nulla, alcolizzati, uomini che picchiavano le loro donne, imprecanti contro Dio. Il rapporto tra uomo e donna era del tutto stereotipato in tal senso, ed era l’unico modo per le donne di sentirsi rappresentate nel blues. Quando Bessie Smith cantava, le donne erano felici perché il suo messaggio era positivo: “siete donne, siete forti, dovete tirarvi su!”. “Tirategli una scarpa dietro a questi uomini, ditegli che non è necessario infilarvi neppure un pezzettino”. Questo fu un passaggio storico eclatante, le donne iniziarono anche attraverso e per merito del blues a rivendicare sé stesse.

Ma come l’avete scoperta Bessie Smith?
Tutto merito di Giovanna Donini, aveva messo un post su FB due anni or sono, in cui suggeriva di guardare il film “Bessie” diretto da Queen Latifah. L’ho visto e ne sono rimasta affascinata. Poi con Flavia abbiamo approfondito tramite letture, abbiamo studiato le biografie e le canzoni di altre cantanti, come ad esempio Billie Holliday, che apparteneva a quel momento. Ci furono donne che uscirono dagli schemi prefissati, erano ribelli, bevevano, si drogavano, cercavano un loro modo di “stare nel mondo”. Penso ad Amy Whinehouse ad esempio. Fu a quel tempo che nacque una specie di “demone blu” che da allora si tramanda di “madre in figlia” nel blues.

Lo spettacolo è anche autobiografico?
Grazie per aver passato a me questa bella gatta da pelare, mi dice Flavia. Il nostro incontro è stato casuale. Abbiamo trovato un trait d’union nei nostri intenti comuni. Nel senso che questa eredità artistica ci interessa molto, un po’ perché facciamo questo di lavoro e ci chiediamo quale sarà la nostra eredità? Non solo l’abbiamo cercata nel passato, ma vorremmo trovarla nel nostro presente per poi donarla a chi verrà dopo di noi. Perché è questo ciò che noi siamo ed è difficile poterlo dire semplicemente, la nostra eredità attraverso altre eredità.

Qual è il messaggio che vorreste far passare con questo spettacolo?
Cosa va dimenticato per sempre? Cosa va ricordato per sempre? Cosa si deve trasformare per forza? Ci sono pietre pesanti è vero, ma qualcuno si deve far carico di continuare a trasportarle, poi magari cambiano forma, il blu diventa blues, si tramanda e si trasforma in altri generi musicali. 

Pensate che all’interno di questo spettacolo inserirete anche delle figure maschili?
Non c’è un intento femminista in questo caso, non abbiamo volutamente inserito figure maschili, perché abbiamo posto l’accento sul “sentire un mito”, il centro di questo spettacolo si rifà alla mitologia greca, il gesto è quello della “consacrazione” di una tomba. Un gesto solenne. Qualcuno si prende la responsabilità di caricarsi il fardello di una vita per portarlo dove vuole, con i suoi problemi, con la sua storia; certo come dici tu se certe storie non risuonassero dentro di noi non potrebbero essere affrontate e narrate.

Articolo e intervista di Antonella Lodedo
Fotografie di Antonella Lodedo e Diego Cantore

Questa presentazione richiede JavaScript.