Una chiacchierata con Ottavia Piccolo in scena al Teatro Ringhiera con “Donna non rieducabile”

Sul teatro come servizio pubblico, e sulla forza delle parole.
Incontriamo Ottavia Piccolo al Teatro Ringhiera, periferia sud di Milano. È un teatro che amiamo profondamente perché rappresenta un autentico gioiellino per il quartiere, ma non solo.
Un teatro che si immerge nella società civile e con essa ha una profonda relazione di scambio.
Un teatro che insieme a un cartellone di gran livello (in questi giorni Ottavia Piccolo sta appunto presentando il suo “Donna non rieducabile”), si pone in relazione permanente con le scuole e con le realtà associative della zona, propone laboratori di teatro over 60, con i più piccoli, con i diversamente abili.

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In una intervista di qualche anno fa Ottavia Piccolo aveva raccontato con trasporto di una sua rappresentazione del “Re Lear” di Strehler allestito sotto il tendone di un circo in questo stesso quartiere: erano gli inizi degli anni settanta. Sotto la spinta dello storico progetto “Teatro Quartiere” (il teatro come servizio pubblico), si offriva in quegli anni una visione rivoluzionaria e vitale del modo di concepire il teatro. Cominciamo la nostra chiacchierata partendo da questo ricordo e le chiediamo di raccontarci meglio quell’esperienza.

Ottavia, oggi come allora siamo nel quartiere Chiesa Rossa di Milano in un teatro che agisce e rivendica una visione del teatro come servizio pubblico. Cosa ci vuoi raccontare di quella rappresentazione e di cosa era il teatro per te in quel periodo?

Beh sai, portare il teatro nelle periferie, allora, era uno degli obiettivi primari (delle “mission”, si direbbe adesso) del Piccolo Teatro. Avevamo già fatto al Piccolo il “Re Lear” di Strehler ed era stato un grandissimo successo.  L’anno dopo, nel ’73, lo abbiamo rappresentato proprio in questo quartiere, sotto un tendone da circo appunto, e fu anche qui un enorme successo di partecipazione, con centinaia di persone rimandate a casa perché non c’era più posto. Certo per noi è stato un po’ un disastro sul piano “tecnico” ma ugualmente è stato meraviglioso, magico quasi. Pensa che c’era un temporale pazzesco e durante la famosa scena della tempesta quando Lear diceva «Venti, soffiate, da scoppiarvi le gote”, si sentiva proprio l’ululato del vento. Il tendone del circo si gonfiava e ondeggiava, fino a che non si è addirittura scoperchiato!
In quegli anni, il tema del teatro come servizio pubblico era molto sentito, ma la cosa si è un po’ persa negli anni. È prevalsa l’idea che fosse giusto far venire la gente dalla periferia nei teatri stabili (in luoghi “fatti apposta” per il teatro) che non è un’idea sbagliata in sé, ma ha fatto sì che il teatro continuasse ad essere percepito come un posto “lontano”, di cui la gente ha “paura” o comunque -visti i prezzi – spesso non può permetterselo.
Ci sono ovviamente le eccezioni, quindi io sono felicissima di essere qui al Ringhiera, dove Serena (Sinigaglia, direttrice artistica del teatro, ndr) da tanti anni lavora per un teatro diverso, in cui cultura e socialità sono strettamente legate.  È incredibile come queste realtà non vengano sostenute, e anzi vivano battaglie quotidiane per non chiudere.

In questi giorni stai presentando “Donna non rieducabile”: uno spettacolo in scena da oltre dieci anni, basato sugli scritti della giornalista Anna Politkovskaja (la giornalista russa uccisa nel 2006, che documentò la guerra in Cecenia e i momenti più terribili della recente storia russa, ndr). Sei da sola in scena (accompagnata solo dall’arpa di Floraleda Sacchi) ma so che non definisci la rappresentazione né monologo, né teatro di narrazione … 

Sì, infatti. La prima volta che è stato messo in scena era semplicemente una lettura. Stefano (Massini, l’autore, ndr) me lo aveva appena fatto avere quando le ragazze dell’associazione “Usciamo dal silenzio” mi hanno invitato a partecipare ad un’iniziativa pubblica portando una lettura sul femminile e sul silenzio. Nulla poteva essere più appropriato: il testo su una donna che non resta in silenzio, e viene uccisa per questo.

Dopo quella iniziativa, era appunto il 2007, lo spettacolo ci è maturato dentro.  Hanno cominciato a chiedercelo in giro e quindi piano piano è evoluto. Una cosa però non è stata modificata: io non interpreto Anna Politkovskaja, ho anzi in mano i fogli con i suoi scritti, come se li leggessi. Io e Silvano (Piccardi, il regista, ndr) abbiamo volutamente mantenuto questa forma (che quindi non è propriamente né narrazione né monologo) per mantenere una sorta di distacco.

Questo “distacco” nella rappresentazione si avverte, ma non ne diminuisce l’intensità. Lo spettatore quasi non si accorge del proprio turbamento mentre segue la scena, ma poi il pugno allo stomaco arriva, potente, alla fine. Mi chiedo come tu sia riuscita ad entrare in una storia così tragica e rappresentarla “in punta di piedi”, in modo così asciutto, senza rabbia. Non è stato più complicato?

Estremamente più complicato, certo. Ma a noi le cose semplici non piacciono (ride ndr) e come ti dicevo è stata una scelta precisa. È  vero che facendolo ti verrebbe di metterci un po’ di “pathos” (che è una cosa che a me … solo la parola mi preoccupa!) ma se avessi “agito” il personaggio, avrebbe decisamente perso forza. Per esempio la scena dell’interrogatorio (con il cazzotto, le torture…), se la avessi interpretata, magari con un altro attore, avrei commosso certo, ma l’emozione si sarebbe esaurita lì, in quel momento, sul palco. Ma dico, gli vogliamo lasciar fare qualcosa al pubblico? Gli facciamo fare un po’ di fatica? A commuovere si fa in fretta, ma in questo modo, altrettanto rapidamente, l’emozione svanisce.

Vero. Inoltre in questo caso si aggiunge la potenza espressiva del testo di Massini: un linguaggio essenziale, diretto, pieno di ritmo e di immagini. Poetico.  C’è un rapporto tra lo stile linguistico di Anna Politkovskaja e quello di Massini? So che avete incontrato la traduttrice in italiano della giornalista, ne avete parlato?

Sì, lei dice che Massini ha reso perfettamente i testi della Politkovskaja che aveva una lingua molto raffinata, ricca, più da scrittrice che da giornalista. Nella sua trasposizione Massini ha dovuto sintetizzare, ovviamente, ma ha preservato questa ricchezza di sfumature integrando con immagini efficaci, e ricorrendo spesso a ripetizioni. Un linguaggio molto poetico: “E la testa gocciola lentamente. Gocciola. Gocciola. Gocciola”.
In teatro abbiamo spesso paura che le parole non bastino, allora tendiamo ad aggiungere luci, musiche, immagini proiettate sulla scena. Ma le parole sono molto più forti delle immagini. Non serve altro.

Intervista e foto di Helga Bernardini