“Altre di B” Live @Arci Ohibò di Milano

 

 

 

 

 

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Da quando si sono conosciuti nel 2005 le “Altre di B” hanno calcato i palchi più prestigiosi di tutta Europa (Primavera Sound Festival di Barcellona, Sziget Festival di Budapest, solo per citarne alcuni) e suonato in lungo e in largo per gli Stati Uniti.  Arrivati ora al terzo album, Miranda, si confermano “una delle realtà underground più solide d’Italia” (la definizione è del  “Rolling Stone”) .

Abbiamo realizzato un photoreport del concerto di Milano e la nostra giovanissima collaboratrice Luna Selimović,  ha intervistato Giacomo Gelati, magnetico frontman del gruppo.

Qual è l’esperienza musicale, o anche umana, di cui andate particolarmente fieri?
Il giorno in cui ci siamo conosciuti eravamo degli studenti di un liceo, con vite e gusti differenti. Ci accomunava la passione per la musica ed è stato in quel preciso momento che la vita di ognuno di noi ha preso una strada che non ci immaginavamo. Vorrei poterti rispondere con un bel concerto, o un grande festival, o un incontro straordinario che abbiamo fatto in questi anni. Ma la vera esperienza umana è stata mettere d’accordo quattro persone diverse e trovarsi 12 anni dopo con centinaia di concerti alle spalle e tre dischi che portiamo orgogliosamente in giro. Credo di poter dire che saremmo persone molto più vuote senza quell’incontro.

Quali sono le differenze più grandi che avete notato tra i palchi italiani e quelli americani o europei?
All’estero, in linea di massima, c’è attenzione per tutto ciò che è nuovo, straniero, estero. Per la nostra esperienza ci siamo sempre sentiti accolti e ascoltati, che è un aspetto positivo cantando in inglese. Grosse differenze non ce ne sono, a parte il fatto che in Italia c’è una qualche forma di ostilità verso l’inglese e tutto ciò che comporta un ostacolo linguistico. Generalmente all’estero sorprende l’organizzazione degli eventi dai grandi festival ai piccoli locali: la musica è un aspetto culturale imprescindibile nella vita di tutti ed è trattata come una cosa molto seria.

Come arrivate a scrivere un pezzo?
Si tratta di un processo molto naturale e tradizionale. O arriviamo in sala prove con un’idea ben precisa di un riff di chitarra o un beat di batteria, oppure scriviamo in totale libertà partendo da una jam session tutti assieme. Registriamo tutto sul cellulare e poi riascoltiamo a freddo per vedere se le cose funzionano o no. Poi ci sono i pezzi che escono in una prova e quelli che richiedono mesi di tempo per arrangiarli bene. Non c’è una regola fissa e tutti e quattro contribuiamo alla scrittura.

Canzone preferita dell’album? E della vostra discografia?                                     Io sono molto legato a “LAX”, è un pezzo che parla di un plane spotter che non ha mai preso un aereo in vita sua e si immagina le vite dei passeggeri che volano via. Mi piace suonarla e il finale mi entusiasma. Della nostra discografia forse “Haruki Murakami”, un personalissimo inno all’ozio e all’autunno.

In un ambiente, in un Paese, in cui l’arte non viene promossa, una band o un cantante indie riesce a vivere di sola musica?
Vivere di musica è molto difficile, al di là del Paese e del tipo di promozione che viene fatta. Nel nostro caso siamo quattro laureati che lavorano e con la musica si stanno togliendo enormi soddisfazioni. Diciamo che è una forma di semiprofessionismo che ci permette di tenere aperte più strade, ma sarebbe ovviamente straordinario poterci campare senza bisogno di andare in una redazione o in un ufficio. In Italia alle volte l’arte è vista come una semplice distrazione. All’estero non è sempre così.

Sta iniziando il tour per Miranda, quali sono le tappe che attendete con maggiore ansia?
Quella di Milano ci serviva per rompere il ghiaccio, ma in generale non viviamo con l’ansia da prestazione. Ogni data è importante e ogni sera ha il suo pubblico al quale raccontare la storia contenuta in questo disco.

Foto di Helga Bernardini

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