“Three Letters from Sarajevo!” Goran Bregović @Teatro degli Arcimboldi

Foto e testo di Helga Bernardini

«Io sono di Sarajevo, sono nato su una frontiera: l’unica dove si incontravano ortodossi, cattolici, ebrei e musulmani. Mio papà è cattolico, mia mamma è ortodossa, mia moglie è musulmana. E mi sento anche un po’ gitano!»

(segue)

Si definisce così, Goran Bregović, con poche parole che sono anche il suo manifesto artistico e musicale fin dalla fine degli anni ’80, quando ha raggiunto la fama internazionale grazie alle colonne sonore dei film di Emir Kusturica (Il Tempo dei Gitani, Arizona Dream, Undreground).

Con la sua “Wedding and Funeral Orchestra” richiama la musica suonata nei matrimoni ebraici e gitani, i canti delle chiese ortodosse e cattoliche e le sonorità delle convocazioni musulmane.

Una musica contaminata che si è arricchita sempre più, dagli esordi ad oggi, e che con le ultime pubblicazioni discografiche arriva ad esplorare e abbattere ancora nuove frontiere di genere (mescolando, per esempio, tango e ritmiche popolari del Sud Italia).

Sul palco del Teatro degli Arcimboldi di Milano, il cantore del melting pot bosniaco Bregović (voce e chitarra), ci regala le sue magiche alchimie sonore accompagnato da una orchestra di 19 elementi composta da una band gitana di fiati, un quartetto d’archi, due coriste bulgare, un sestetto di voci maschili. Una musica che è allo stesso tempo universale e assolutamente sua, all’insegna di una ricerca artistica e umana sempre tesa a rappresentare quella dimensione ideale dove le barriere vengono abbattute gioiosamente, per anelito di scoperta e bramosia di arricchimento culturale.

Qui sotto alcuni stralci della recensione di Luca Trambusti (Musica dal Palco) che ha pubblicato le nostre foto.

La prima parte del concerto vive di momenti di grande intensità e di altri più fisici, che permettono di ballare. Atmosfere liriche si affiancano a swing e ritmiche balcaniche (…) E’ un momento di gioie e dolori, due estremi che si uniscono. E’ il momento di grandi composizioni dalle strutture complesse e composite che si dilatano (rispetto al disco) lasciando grandi spazi musicali. I violini in queste occasioni sanno essere dolenti o gioiosi anche all’ interno della stessa composizione. E’ il momento dell’incanto che sfiora la commozione. E’ proprio in questa parte che gli archi si rincorrono, si amalgamano, scambiandosi i ruoli. E’ il momento in cui forte esplodono i contrasti, il momento in cui però le differenze si annullano, le varie anime della musica di Bregović convivono, come direbbero McCartney/Wonder “Live together in perfect harmony, Side by side….”.

Il limite, anche se tale non è, di questa fase è che il concerto non decolla mai in una direzione o nell’ altra, resta in equilibrio. Sembra sempre che si stia andando verso la parte ritmica (in realtà la più attesa dal pubblico), invece ogni volta arriva una frenata che in “testa-coda” ci porta in territori emotivamente forti, struggenti, intensi con musiche quasi da quartetto da camera. Sul finire arrivano una maestosa “Ederlezi” ed una drammatica “In The Death Car” in cui Bregović si trasforma nel Tom Waits dei Balcani. E’’ l’’anima più “poetica”, drammatica. E’ il momento della “testa” e del cuore, è il momento in cui il concerto resta in un territorio “concettuale”.

Dopo un velocissimo abbandono del palco inizia la seconda parte, quella più “dance”, più istintiva, di “pancia”, gioiosa. E’ il momento in cui la classica musica balcanica popolare diventa protagonista. A quel punto gli Arcimboldi si trasformano in una compassata dancehall e le parti esterne della platea si riempiono di persone danzanti e festose.

Immancabili le versioni di “Bella Ciao”, partecipata e cantata da tutto il teatro e l’esplosiva, finale, classica “Kalashnikov” in cui il musicista coinvolge il pubblico ma soprattutto è il momento liberatorio, quello in cui TUTTO il teatro abbandona ogni remora e freno per lasciarsi travolgere dalla musica festosa”

Luca Trambusti (Musica dal Palco)

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(13 Aprile 2019)